Quanto di noi lasciamo entrare nel lavoro?

Ho la visione dell'essere umano come un intero composto da tanti piccoli pezzi che si incastrano tra loro, come un puzzle.
Ogni frammento rappresenta momenti di vita vissuta.
Esperienze che, in un modo o nell'altro, piacevoli o difficili, ci hanno lasciato qualcosa e hanno contribuito, nel tempo, a creare quell'unicità che portiamo nel mondo.
Siamo abituati a vivere di ruoli, sia nella vita privata che in quella professionale, ma restiamo sempre un unicum che seleziona, spesso con grande cura, cosa portare di sé in un ambiente, in una relazione, in un momento specifico.
Quanto della nostra autenticità lasciamo entrare nel lavoro?
I confini sono importanti.
Salvaguardano uno spazio personale che è, e deve rimanere, invalicabile.
Ma mi chiedo se, selezionando solo alcuni pezzi di quel puzzle, non rischiamo di lasciare da parte qualcosa che per noi è importante.
E di arrivare agli altri, ma solo in parte.
Credo che qui entri in gioco una capacità che raramente viene considerata una competenza professionale.
La capacità di individuare il “fil rouge” che ci attraversa, legando tutti questi pezzi.
Quel denominatore comune che ci accompagna attraverso ogni ruolo e definisce il cuore della nostra identità.
Forse è questa la “soft skill” più raffinata.
La capacità di riconoscere noi stessi, ascoltandoci.
Per poterci consegnare agli altri per come siamo, ma preservando ciò che siamo.



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