Stiamo progettando il lavoro per un mondo che non esiste più?

Ieri, una calda domenica di Luglio, mi sono trovata casualmente a chiacchierare in un negozio con un Area Manager che stava coprendo il turno di apertura perché in difficoltà con il personale, tra ferie, permessi e problematiche di recruiting.
Nelle sue parole ho ritrovato la mia stessa esperienza, ossia l’incremento di complessità nel pianificare il lavoro, seguendo modelli organizzativi e procedure consolidate, in un momento di cambiamento di approccio al mondo del lavoro.
Il mercato retail è fortemente legato al capitale umano, ma con regole che non agevolano l’ingresso e faticano a sostenere la permanenza delle persone.
Il desiderio di conciliare vita lavorativa e vita privata è una spinta crescente a fare scelte che forse fino a qualche anno fa sarebbero state impensabili.
Rinunciare alla prima a favore della seconda, se le condizioni non favoriscono un equilibrio.
Ma è davvero cambiato il desiderio delle persone... o è cambiato il livello di tolleranza verso modelli organizzativi che prima venivano semplicemente accettati?
E’ imprescindibile che un’azienda debba pensare strategicamente in termini di interesse aziendale.
Ma un’azienda è un insieme organico di persone che la fanno crescere.
E anche le persone oggi ragionano in termini strategici e con obiettivi personali.
È quindi possibile progettare organizzazioni con strutture che siano più efficaci proprio perché tengono conto della realtà umana, invece che nonostante essa?



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